"L’article Rénovation de la VP posté par Sébastien Smirou dans « L’Atelier » du site POL paraphrase l’article publié par Jacques Roubaud dans « LE MONDE diplomatique » de Janvier dernier. Il en accentue certains angles polémiques et gomme aventureusement quelques nuances. Mais, en gros, c’est le même point de vue — et sans doute le même objectif. J’appellerai donc, désormais, l’auteur de cette intervention globale : Smiroubaud..."
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La città è un buco.
La città è un buco e suoi abitanti respirano. La città è un buco e vi si respira dentro. I suoi vicini sono dentro, sono nel buco. I suoi vicini, i suoi abitanti uomini e donne, tutti vi respirano, tutte le persone dentro, nel buco. La città è un buco e le persone che leggono, leggono tutti. Tutti vorrebbero leggere. Tutti lo vogliono, tutti a un certo punto desiderano. Tutti desidererebbero parlare. La città è un buco, tutti al suo interno. Tutti i vicini con il giornale. Il giornale è un buco, poiché il buco è là tutti i giorni. É nella città. La città è un buco, la città respira, i suoi vicini pronunciano delle parole. Gli piacerebbe parlare. I vicini parlano, hanno voglia di fare conversazione, di creare dei legami. Tutta la città è un buco ha legami. Tutta la città è un buco. Il legame forma il mondo. Il mondo è aggregante, è un collante, è una salsa. Il buco funziona. I giornali sono stampati il giorno prima. I giornali sono per il giorno dopo, o per il giorno stesso. Il giorno stesso è un buco. Il giorno prima del giorno dopo. Tutto è un buco. Ma la città è un buco. E i suoi vicini ci dormono dentro. I suoi vicini sognano. Sognano di cascare, sognano di cadere, ma non si fanno troppo male. Si rialzano. La città è un buco. Le persone si rialzano. Si svegliano. Sono nel buco, ma va tutto bene, il giornale è stampato il giorno prima per il giorno dopo. Nel mezzo c'è il quotidiano. Fra i due, i vicini hanno la scelta, possono dormire o cadere. E quando dormono, cadono sempre. La città è un buco dove cadere.
La città è con i suoi abitanti e respira. É tutto dentro. Respira. É un buco, è un buco che c'è in tutti gli abitanti. Vogliono tutti parlare. Vogliono tutti avere un linguaggio. Vengono a comprare il giornale. Il giornale è un buco per gli abitanti delle città. La città è un buco. Il buco funziona. I vicini continuano a dormire. I vicini hanno comprato una macchina. O è un motorino. O è un camper. Vanno nella loro “tenutina”. Il loro buchino fuori città. Ma la città è un buco. Ci vanno col camper, hanno comprato anche una moto. Distruggono gli alberi. Non gli piacciono gli alberi con i frutti dentro. Gli alberi con i fiori. Non gli piace tutto ciò. Gli piace il prato. Hanno un bel prato pulito e sorridono mettendo le mani sulle anche.
La città è un buco. I vicini hanno messo le mani sulle anche. I vicini hanno messo il linoleum. I vicini hanno messo le lastre. I vicini hanno i doppi vetri. E poi hanno fatto dei buchi. Hanno messo dei buchi dappertutto. E poi un giorno il vicino si rompe il muso. E in città si sa cosa vuol dire, lo si legge sui giornali. Si legge che un vicino si è rotto il muso. Vuol dire che era in moto in città, è arrivato in centro. La città è un buco ed è scivolato. Lo si legge sui giornali. O altrove. Lo si legge in città, o altrove sui giornali. O allora, lo si legge altrove. Non sui giornali, ma altrove. I giornali sono un buco, idem gli abitanti, idem il loro pensiero. E anche altrove. Altrove è un buco. Hanno un unico pensiero. É il pensiero degli abitanti del buco, di qualsiasi buco. Il buco di un altrove o il buco di qui. Hanno un unico pensiero, e vi si puliscono dentro. Un giorno, il vicino è scivolato con la moto, o forse è sua figlia. Monta, la figlia sulla moto. É una bambina piccola. E per scherzare la monta sulla moto, e mette in moto, per scherzare. E la moto la schiaccia. É così in città. Perché la città un buco, e i suoi abitanti sono dentro. E si scherza. Ed è così.
TRADUCTION : Barbara Puggelli
Je t’aime. Je sais très bien qu’un jour on se rencontrera, si ce n’est pas aujourd’hui c’est un autre jour. Si ce n’est pas toi c’est un autre. J’aime un autre. Est-ce que tu m’en veux ? si tu ne m’en veux pas c’est un autre. Il y a toujours un autre qui m’en veut, et un autre que j’aime. Ce n’est pas le même. Tu n’es pas tout seul sur la terre. Il y a plein de gens qui t’aiment. Tout au bout de la terre. Il y a plein de gens qui t’en veulent et plein qui t’aiment. Mais ils ne te connaissent pas, alors ils aiment quelqu’un d’autre. On l’a échappé belle. Comme ça on peut s’en vouloir tout seul.
Sei malato d'amore eh sei malato d'amore eh sei malato d'amore che cosa fai nella vita a parte essere malato non fai niente sorridi stupidamente alla vita perché sorridi stupidamente alla vita perché sei malato d'amore eh sei malato d'amore e sorridi stupidamente alla vita e non pensi a niente è una bella malattia questa non è vero beh sì è bello eh è che sono molto malato in questo momento sono malato d'amore eh sono molto malato d'amore io in questo momento non sono solo un cerebrale eh perché i cerebrali loro non sono assoluti mentre io sono assoluto i cerebrali loro non sono malati d'amore eh i cerebrali non sono assoluti come me eh non sono malati d'amore come me io se fossi in loro non sarei solo cerebrale eh perché faccio funzionare tutto faccio funzionare i muscoli siccome sono malato anche i muscoli reagiscono siccome sono malato d'amore eh sono malato d'amore e il cervello non è da solo a lavorare lavora tutto loro i cerebrali hanno solo il cervello eh ma tu non puoi essere esclusivamente cerebrale se sei malato d'amore eh perché c'hai anche il cazzo non è solo il cerebrale che funziona nella vita anche il cazzo quando sei malato d'amore eh non c'è solo il cervello nella vita quando sei malato d'amore eh quando sei malato d'amore è tutto lì che sei e anche nel cazzo che funziona quando sei malato d'amore non hai solo il cervello o allora c'hai il cazzo dentro e funziona è nel tuo cervello eh e anche il cervello funziona è pazzo il cervello perché è nel cazzo ed è il cazzo che pensa eh è il cazzo che diventa cerebrale quando sei malato d'amore sei un cerebrale del cazzo quando sei malato d'amore eh sei malato d'amore eh sei malato d'amore eh sei malato d'amore.
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à 12h,18h, minuit, 6H puis jusqu’au 7 janvier, même horaire Bonne écoute et bonne année à vous ! Charles.
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Maîtres-chiens
Que veut dire ce projet d’écriture que nous nous sommes donnés dans la vie ? pourquoi ce projet ? pourquoi projette-t-on d’écrire ? Car l’écriture c’est bien quelque chose de compliqué qui projette l’homme. Pourquoi l’homme a-t-il besoin de se projeter ? depuis la nuit des temps l’homme a eu ce besoin, mais ce besoin s’est compliqué. L’âge se faisant, l’homme a compliqué son affaire. Son affaire n’était plus la grotte, son affaire est une autre histoire de grotte. C’est la grotte platonicienne, la grotte des philosophes qui ont besoin de se parler à des siècles d’intervalle alors que la parole dans l’homme s’est vue mourir. Elle se voit toujours mourir la parole dans l’homme. Car l’homme est avant tout un savant, un chercheur, un philosophe, un journaliste, un politique, c’est-à-dire un homme de télé. C’est-à-dire un homme de pouvoir qui a prise sur le destin de l’homme par la télé. Alors que l’homme, lui, pourrait suivre son destin machinique, qui est le destin de la complexité de chacun, que chacun ait sa place dans le destin de l’homme et on verrait peut-être changer le cours des choses. Mais le cours des choses ne changera pas de sitôt. Car le cours des choses c’est de voir à quel point l’homme a décidé dans son projet de foutre à l’eau tout espoir de réconciliation avec lui-même. Et ce n’est pas grâce à ces sortes d’hommes que l’homme peut se réconcilier, car ces hommes oublient la parole, la parole vivante et vibrante et vibrionnante et impossible à digérer de chacun. Car chacun trace en lui son projet d’écriture, mais une écriture qu’on ne peut décoder, comme le font les philosophes orateurs devenus psy. Impossible à décoder tout ce qui est dans l’air et que jamais un de ses hommes ne s’est dit qu’il fallait s’accrocher, s’accrocher et tirer ce qui avait d’invraisemblable. L’invraisemblable de mes semblables n’est pas intéressant puisqu’il y a la conversation à travers le temps, de la grotte platonicienne à la pensée des flics, des analystes à nos comptables. Donc, tout ça nous fait une belle jambe. L’homme a un projet asocial. C’est son projet actuel, devenir asocial et retourner à la bête. Non pas même y retourner mais tout faire pour remplacer et la nature et la bête. Toutes les bêtes. Chaque animal et chaque plante et chaque destin qui lui échappe. L’homme veut remplacer ça par son projet asocial. Il n’y a pas d’autre projet que celui de quitter son écriture personnelle pour retourner à l’imbécillité des peuples qui se laissent guider par quelques-uns. Et ce sont ces quelques-uns là qui ont guidé l’homme dans son projet suicidaire. En même temps, c’est un projet comme un autre. Tous les projets peuvent se valoir au bout du compte, car au bout du compte pourquoi serions nous pour l’homme, pour son destin ? Pourquoi cela nous ferait-il chaud ou froid ? Nous ne sommes pas de la bande des soignants qui veulent guérir l’homme et en le guérissant lui donner encore plus la marche à suivre, pour entrer définitivement dans son projet destructeur et personnel, Le projet personnel de l’humanité dans son ensemble, et non pas le projet personnel de la parole dans l’air que rien ne traverse, sauf celui qui veut s’accrocher et tirer. Tirer cette parole pour la mettre en plein dans la face de l’humain. Il n’y a que ce projet d’écriture là qui vaille, c’est-à-dire un projet qui parle à celui qui parle, le lecteur lambda qui a aussi un instant donné sa leçon. Mais les leçons de chacun restent dans l’air, personne n’y prend garde, surtout pas les dirigeants politiques et les patrons philosophes qui expliquent à tous les autres dirigeants du monde comment ne pas y prendre garde. Il faut traverser le siècle, disent en chœur ceux qui ont charge du troupeau. Il ne faut pas se soucier de l’homme dans son destin tout personnel, ou alors il faut le soigner de son écriture. Il faut poser la table de cet écrit et le soigner, le rendre clair, disent-ils. Rendre ce jus de chique complètement clair et buvable, disent-ils. C’est pour ça qu’on a inventé la science et la psychologie. C’est pour cela aussi que les philosophes réclament l’église, car la science ne suffit pas, il faut aussi l’église pour tenir l’homme, car la science ne fait pas assez de mystère quant au projet farfelu de l’homme de remplacer tout par lui-même et ses machines. L’homme, nous l’avons dit, a inventé la bombe comme s’il avait inventé l’univers. Ce fut très simple, et il suffirait de penser un peu chez soi, dans sa cuisine, quelques instants, pour s’apercevoir que nous avons tous dans la tête les plans de la bombe qui ferait péter l’univers. Tout au moins la planète. Mais que ce projet n’arrive pas à son terme malgré tout, car il n’y a pas de possibilité de fuite. L’homme doit fuir quelque part avant de tout faire péter. Seulement c’est trop dur d’attendre. Il lui faut tout de même passer son temps à détériorer tout ce qui l’entoure. Il suffit d’entendre les gens le dire. Les gens le disent bien que l’homme a détraqué la nature, que les maladies sont une guerre inventée, que la météo est dirigée par quelques savants, que les fermiers ne lisent que de la philosophie. La philosophie des premiers âges de la guerre faite au destin positif de l’homme. Ce destin qui aurait été de s’écouter et d’écouter les vieux parler et toutes les paroles qui se mélangent et rentrent dans l’air pour dire la vie. Seulement, ils veulent tuer l’air. C’est la dernière invention. Tuer l’air, non pas seulement celui qu’on respire, mais celui qu’on accroche. Où ça s’accroche et où ça dit : « je va m’accrocher à ça une paire d’heures ». Un projet finalement qui peut s’avérer sans fin, mais qu’on prend par paire d’heures. Un projet qui est de l’écriture pour soi et aussi pour l’autre, si l’autre veut bien, si l’autre n’est pas embouché et encanaillé et complètement pourri de paroles qui le destinent au projet asocial de l’homme dans son ensemble. Vous écoutez un patron philosophe ou un dirigeant politique parler, tout de suite il a des projets pour l’homme, l’homme dans son ensemble. Ce sont des bêtes coriaces. Mais le patron philosophe ne parle qu’à celui qui s’installera au pouvoir pour soigner l’homme, que ce soit le dirigeant politique, le patron de presse ou le génie scientifique. Il n’adresse même pas la parole à ses contemporains, ou alors il les caresse pour leur montrer que leur destin sera de remplacer l’animal domestique, qui lui-même a été inventé par l’homme domestiqué et ainsi de suite… On s’en sort pas. Se prendre la cognée du monde n’est pas le projet de ces hommes qui nous dirigent d’une main ou d’une autre, d’une parole à travers le temps, et au début de ce temps une parole très significative qui dit que l’homme doit sortir de sa caverne pour commencer à domestiquer le monde et devenir le domestique de sa propre domestication. Au tout début, nous avons recherché les formes tout au fond des cavernes et c’est bien tout au fond des cavernes, avec la lumière qui danse sur les parois, que nous avons commencé à tracer les formes et à toucher ces formes que nous avons associées à celles de la pierre. Nous avons perdu la plupart des choses qui se sont dites à ces moments-là, à part ce pourcentage très infime de vie sur les parois, nous avons tout perdu pour ainsi dire d’un projet véritable de l’homme qui n’était pas de sortir pour vivre, mais de rentrer pour expérimenter. Rentrer totalement, mais après quoi ? Après avoir senti et vécu et pris tout ce qui était prenable pour vivre l’expérience intérieur, l’intérieur n’étant pas que le fond de la grotte mais le projet de l’homme qui était alors de se parler. Nous avons perdu le projet de se parler. Nous avons remplacé ce projet par celui de vivre de manière totalement asociale. Cela fait des milliers d’années que nous sommes gouvernés par l’église, c’est-à-dire par une forme de philosophie qui se dissimule, par les sciences humaines et les autres, les savants et les gouvernants et le projet risque d’aboutir de remplacer la vie par le concept. Le concept de vivre alors que la vie coule autour, il suffit de voir avec quelle rage n’importe quel individu est prêt à en découdre avec l’expérience. N’importe qui nous parle et n’importe qui pourrait prendre la place de n’importe qui, seulement il faut surtout éteindre la science du n’importe qui pour la remplacer par celle du n’importe quoi dirigée et instruite, pas par n’importe qui, mais par quelqu’un à l’évidence persuadé de son destin qui embrasse le destin de l’humanité entière. Alors que chaque homme pourrait prendre son destin en main et n’en faire qu’à sa tête et rentrer dans l’expérience, l’expérience qui serait finalement d’écouter tout, de prendre tout, de voir tout et de tout reprendre à son compte. Il n’y a pas une seule parole vraie. Toutes les paroles sont vraies et donc s’entortillent. Il n’y a pas de vérité sauf un entortillement. Non pas un entortillement de vérités, mais un amas d’impossibles à digérer. Car il y a l’autre tout le temps avec son propre entortillement et chaque entortillement est une façon de dire la vérité. Il n’y a donc pas de vérités et ceux qui approchent de la vérité la corrompent automatiquement. Ceux qui disent approcher la vérité pourraient tout aussi bien nous dire, nous sommes allés au soleil et tout va bien. Nous passons notre temps à croire ces hommes qui disent s’être approché du soleil sans même se brûler. Le soleil on sait bien que ça brûle. Donc, les vérités de ces hommes qui disent détenir toutes les vérités, c’est-à-dire tous les sacs à malice et tous les entortillements de la terre, ne sont pas à prendre au sérieux. Ne votez pas pour ces gens, ne les lisez pas, ne passez pas votre temps à vous oublier pour penser à eux et à leur projet d’entortillement et d’asocialité. Asocialité dans le sens : nous avons le projet d’en finir avec tout, car nous sommes dieu. La bombe est notre pensée. La pensée finale et des militaires et la bande armée des philosophes et des politiques, qui sont des philosophes ratés, et de certains artistes, qui sont des philosophes ratés, et des scientifiques, qui sont des philosophes qui n’ont jamais pris au sérieux la philosophie des ratés et qui étaient plus croyant qu’on ne le pense. C’est d’ailleurs pour cela qu’ils ont fait la science, pour remplacer l’église. Et l’église le savait et le sait toujours. Mais l’église maintenant est investie par les comptables et les scientifiques. Il n’y a plus d’autre possibilité que de se taire. Ou alors ramasser la parole tarée, c’est cela le projet d’écriture, ramasser la plus tarée des expériences qui est l’expérience que tout le monde laisse échapper mais que personne ne rattrape, car il pense que ce n’est pas important, que c’est misérable, que l’homme a autre chose à foutre que de suivre ce destin misérable qui est de se coltiner tous les signes pour en faire un bazar à l’intérieur de sa grotte personnelle. Pourtant, c’est ça le seul intérêt de parler. Le seul avantage par rapport à la bête. Et encore la bête n’a peut-être pas quitté cela. Chacune des bêtes a trouvé le moyen de faire circuler ça en dedans tout en se taisant, tandis que l’homme n’a pas trouvé le moyen de se taire. Il lui a fallu remplacer le monde par son bla-bla millénaire, alors qu’il aurait pu parler autrement. Mais il continue l’homme à parler autrement et dans le dos des institutions de l’homme. Il continue à verser sa bile pour rien, juste pour verser sa bile dans le dos des institutions de l’homme, trop préoccupées au destin de tous pour s’occuper de cette malheureuse petite bile qui ne vaut pas tripette. Tout ça, vous allez me dire, est bien simpliste, est une parole simpliste qui met tout le monde dans le même sac. Tout ça, vous allez me dire, est une parole trop simpliste pour être honnête et il faudrait couper le cheveux en quatre pour rendre compte de la complexité de la vie et détailler les tenants et les aboutissants et faire un livre aux formes mathématique où l’on serait forcé de ne rien oublier. Et tout ce qu’on oublierait, il faudrait le taire. Tout ça, vous allez me dire, est de la poésie et la poésie a le destin de toucher le cœur de l’homme et c’est déjà bien. C’est-à-dire ce n’est rien. C’est-à-dire qu’une fois lu on oublie. On passe son temps à oublier la poésie. Car la poésie n’est pas importante. Car la poésie est un chant qui s’est fait avec tout ce qui était accroché et qu’il a fallu à un moment donné tirer. Un moment à tirer ça, non pas au clair, mais tirer ça de où c’était pour l’étaler dans sa propre conscience, dans son imagination, dans sa tête toute pleine et tourneboulée. Alors, surtout n’écoutez pas les philosophes poètes qui disent aussi des mots à telle période et des mots à telle autre période, car ils savent bien que tous les mots se valent et que l’imagination c’est la même chose que les maths ou que la pensée pour le poète, que le poète prend tout ce qui passe dans l’époque et que le seul intérêt est qu’il joue avec. Il joue tout aussi bien avec la misère qu’avec la richesse. Le jeu et le rire est le seul projet valable pour l’homme, c’est ça qui l’amène à la création, et non pas le sérieux philosophique et les discours politiques, car ceux-ci ne l’amènent qu’au désastre. Quand nous disons les philosophes, nous parlons aussi et peut-être même surtout du présentateur télé et de son patron de chaîne et aussi des journalistes et de tout ce corps philosophique qui remplit le cœur des universitaires et qui ont inventé une autre façon, pernicieuse celle-là, de jouer. Nous parlons tout autant du journaliste en général et des patrons boursiers que de celui qui a le projet de soigner l’homme et qui a inventé le meilleur moyen d’assécher la langue. Et le meilleur moyen d’assécher la langue c’est d’oublier de rire. Mais il y a des philosophes à la petite semaine, ce ne sont pas eux les gros bonnets, ils sont juste des gens de pouvoir immédiat qui ne font que répercuter les ordres lancés à travers les siècles par l’église, la science et l’ordre de la pensée cartésienne. Alors que, pour finir, nous nous trouvons plus éloignés des philosophes que des chiens. Beaucoup de gens parlent plus facilement à leur bête qu’à leur contemporain, car la bête parle, elle répond, elle semble répondre en tout cas à tout le discours philosophique qui a remplit la tête des maîtres-chiens depuis des millénaires. Car maintenant l’homme n’est plus qu’un maître-chien, et ne dites pas que nous avons la haine des domestiqués, les hommes sont domestiqués, mais dans leur niche ils inventent malgré tout, ils façonnent une boule incompréhensible face aux siècles de malheur et de mise en bière de toute vie possible. Ils façonnent tranquillement mais sûrement, malgré les morsures des maîtres, leur petite boule d’être qu’ils font rouler dans leur appartement pour vivre comme ils peuvent avec. Leur petite boule d’ignorance est la seule manière de répondre aux soit disant savoirs qui ont été fait pour eux. Si le savoir avait été fait pour l’homme, l’homme le saurait. Alors que là, il ne peut traîner que sa boule d’impossible, son boulet de science rabougris dans l’air vicié du monde façonné par les maîtres-chiens. Les maîtres-chiens qui dirigent par la télé et par Internet toutes les conversations du monde. On voit peu de conversations échapper, toutes les conversations retombent dans le moule, le tuyau et le moule. Tout ça va du boyau à l’entonnoir pour finir en patée. La conversation est une pâtée et on voit bien qui peu manger ça. Qui mangera la pâtée télé et la pâtée du monde ? qui se prendra une pâtée à la prochaine guerre ? Qui se prendra la pâtée de l’existence sans avoir pu en placer une ? Personne ne peut en placer une. Et nous ne sommes pas aigris lorsque nous disons cela, nous sommes réalistes. Nous savons qu’on ne peut pas vivre tout en étant vivant. Comment vivre tout en étant vivant ? Il faut réécrire la bande, réinventer la bande, la soutenir, la dupliquer, la repeupler, repeupler la bande c’est dire : Nous écoutons notre propre absence et nous revenons au lieu de l’écrit. C’est le seul moyen de se revoir en vie dans la vie tout en étant vivant, c’est-à-dire absent de tout. Nous sommes le public de tout sauf de nous-mêmes. Nous avançons en bande dans la nuit. La vie même est une nuit, un puits sans fond, un fond inatteignable sauf en restant sourd à tout sauf à ce qui se dit en secret, car tout ce que les gens disent dans les rues révèle des secrets. Ce sont les petites cachettes placées comme ça dans la parole de tout et de rien. C’est le secret qu’on peut entendre quand tout un chacun parle de tout et de rien. C’est en parlant de tout et de rien qu’on révèle tous les secrets du monde et de comment en revenir vivant. Revenir vivant du monde. Nous sommes revenus de nous-mêmes, c’est-à-dire que nous sommes revenus de tout, et comme disent les bons philosophes, pour nous c’est cuit. Car il y a des bons philosophes tout de même. Les philosophes qui suivent leur ligne et qui ne s’embarrassent guère des hommes politiques et de leurs servants, ou des patrons et de leurs servants politiques accrocs aux analyses et aux statistiques. Il y a ceux qui ne s’embarrassent guère de passer pour des débiles à la télé, ceux-là sont les bons philosophes. Ils ne rient pas, ils sont cyniques. Ils rient mais dans les phrases. Leur rire est tourné dans la phrase. Leur rire est une sorte de grimace toute pliée dans la phrase. Tout comme les gens qui parlent dans la rue pour soit-disant ne rien dire. Ils ne disent pas rien puisqu’ils parlent de tout et de rien, comme les bons philosophes. Les bons philosophes font également partie de la bande des joyeux drilles de la vie et non de la bande armée de chiens causants. Ils ont des grosses canines et causent au peuple. Il y a ceux qui causent au peuple d’en haut et ceux qui parlent au peuple par le bas. Ce sont les mêmes. C’est les mêmes chiens armés. Par contre il y a ceux qui bredouillent dans leur grimace toute pliée et dans des phrases à rallonge et qui rigolent. Ils font partie de la bande des joyeux drilles. Ceux-là ne vous diront pas de prendre les armes. Ceux-là ne vous dirons pas comment manger et comment vivre en bonne harmonie tout en prenant les armes. Ceux-là ne vous diront pas comment résister politiquement et avoir bon goût et comment être au courant et prendre les armes. Comment être au jus avec le pouvoir ou non. Ceux-là ne vous parlent pas du tout de ce qui risque de vous arriver, tout ce qui va vous tomber sur la gueule et vous serrer de près. Ceux-là ne jouent pas les devinettes et vous obligent de vous terrer dans votre terroir et votre territoire. Ceux-là ne vous disent pas de retourner dans votre terrier en attendant la prochaine guerre et les prochaines maladies. Ceux-là ne vous inventent pas des tares nouvelles et ne font pas revenir les anciennes. Ceux-là ne vous font pas des crasses dans la têtes en vous expliquant psychologiquement et juridiquement et statistiquement que vous avez tort d’exister et qu’il va falloir commencer par vous tordre dans tous les sens pour prouver la valeur de votre existence, prouver qu’il y a un intérêt pour le monde, un intérêt quelconque et que vous restiez cet intérêt quelconque, sujet d’expérience et sujet de conversation. Conversation quelconque que vous êtes. Car ceux-là, je veux dire ces autres là, ne feront jamais de conversations expérimentales, comme nous le faisons, nous les joyeux drilles. Nous n’avons pas peur de nous livrer. Nous en disons de belles. Nous n’avons pas des conversations quelconques, nous ne voulons pas étudier le nouveau moyen de mettre de l’argent dans la bouche des gens. Car aujourd’hui, quand on est philosophe, on réfléchit à ça. A comment mettre de l’argent dans la bouche des naissants. A peine né qu’on lui enfourne les aides pour vivre. C’est ça la révolution. Les nouveaux révolutionnaires pensent qu’il faut maintenant donner de l’argent au berceau. C’est la dernière pensée à la mode des philosophes d’avant-garde et des grands révolutionnaires. Comme si on ne pouvait pas parler d’autre chose. Comment enfourner dans les bébés tout l’argent. C’est l’idée lumineuse du moment. Comme si on ne pouvait pas avoir d’autres conversations. Comment entretenir les gens dès la plus tendre enfance. Comme si les gens ne s’entretenaient pas autrement. Tout le monde pense à s’entretenir autrement. Pas un humain qui ne pense à entretenir l’autre de son idée nouvelle. L’idée toute nouvelle qui naît en nous. L’idée est en nous, mais il faut qu’elle sorte. Pourquoi les idées doivent sortir de tous les gens ? Dès la naissance on entretient l’idée. C’est l’obsession humaine. Les humains sont obsédés à l’idée. Dès qu’il y a un bébé, il y a une idée qui germe. La germination de l’idée se fait dès les premières couches culottes. Un bébé est déjà une somme d’idée. Le bébé naît dans un monde d’idées. C’est une belle prise de risque. Pourquoi devons-nous naître ainsi ? Pourquoi autant pourris d’idées dès la naissance ? La naissance nous pourrit à l’idée. En fait ce n’est pas l’homme qui naît dans le bébé, c’est l’idée. C’est une idée qui naît quand l’humain vient au monde. L’humain est vraiment une idée de trop. Etre dans le monde des humains est déjà une immense prise de risque. Un geste impensable. Une folie. Vivre est une folie. Mais surtout vivre parmi les humains. Vivre comme une plante peut-être considéré déjà comme une folie. Mais vivre comme un humain est une folie pure. Il ne faut pas avoir trop réfléchi pour faire parti des humains, de cette bande prête à tout. Il faut être pourri d’idées, c’est-à-dire qu’il ne faut pas avoir toute sa tête. Vivre parmi des gens qui sont capables, avec les instruments actuels, de faire les pires horreurs dans l’univers. Car un jour ou l’autre l’univers ne retiendra que cela. La pire horreur fut d’avoir hébergé l’humain en son sein. Ce fut sa pire œuvre à l’univers. Sa pire connerie et l’univers s’en souviendra. On ne retiendra pas forcément toutes les belles œuvres humaines. Les belles idées qui nous ont pourri la tête. On retiendra surtout la pire bourde de l’univers. Car l’humain aura glissé sa peau de banane à l’univers. Il lui en glissera une tôt ou tard. Tôt ou tard il maîtrisera l’entièreté de l’univers et il fera ce qu’il veut. Et ce qu’il veut c’est glisser une peau de banane à l’univers. Ce qu’il vise n’est plus d’aller en haut de la montagne, mais de faire le tour complet de l’univers et de s’ennuyer ferme. Car l’homme s’ennuie ferme très vite. L’ennui est son fort. C’est là-dessus qu’il a battu à plat de couture tous les autres animaux. Ce n’est pas le langage ou l’intelligence ou le rire comme l’ont dit les philosophes et autres humains qui pensent. C’est l’ennui. Le total ennui à tourner en bourrique autour d’un objet. Ne sachant pas quoi faire et finalement brisant l’objet ou le martyrisant, s’il s’agit d’une bête ou d’une plante (ou d’un humain). Ou essayant sur lui toutes les expérimentations possibles, pour la bonne cause du simple ennui humain. Car l’ennui est la colonne vertébrale du génie humain. Sans ennui point de salut. Et pour son salut, il compte sur le génie humain l’humain. Et le génie humain c’est le moyen quotidien de nous en glisser une. Tous les jours de notre vie il y a un groupe d’humain quelque part qui, à l’appui des plus récentes découvertes, trafique en secret à foutre en l’air la possibilité de vivre en paix. On ne peut pas vivre en paix avec l’humain derrière le dos. Il faudra à un moment donné où à un autre qu’il nous en glisse une. Le chercheur trompe son ennui en réfléchissant à comment supprimer, lentement mais sûrement et avec une patience d’ange, tout l’air qu’on respire. Et ce depuis les saintes écritures. Et même avant. C’est même avant les saintes écritures et les premières philosophies que le chercheur, c’est-à-dire l’humain, s’est cru bon d’employer tout ce beau monde vivant de la terre pour son bon plaisir. C’est-à-dire employer tout ce beau monde qu’est le monde vivant à se détruire rien qu’en fréquentant l’humain. Et le cogito ergo sum devrait se mettre un peu de plomb dans la cervelle et s’avouer, se dire enfin Je suis le plus mauvais souvenir de l’univers. Car l’humain sera un jour le mauvais souvenir de l’univers. Son triste sir en quelque sorte. Le cogito ergo sum pourrait se mettre ça dans le crâne. Tenir enfin ce genre de discours. Mais il n’y a pas de discours qui vaille. Il n’y a pas de pensée non plus. Penser ne tient pas debout. Penser ne fait rien tenir. Et dès qu’on pense à l’humain on dit une connerie. Penser est bon pour la connerie. Car penser est un rêve de poète. C'est-à-dire de vilain canard boiteux. Penser est en vérité une rigolade. Et les philosophes se sont bien foutus de notre poire. Car penser n'existe pas du tout. Quand vous voyez un philosophe penser, vous entendez tout de suite des mots. Une enfilade de mots. Et cette enfilade ne va pas. Il nous faudra une autre enfilade, pour contredire la première enfilade. Penser c'est faire de l'enfilade. C'est suivre un fil. Mais le fil de l'enfilade est contredit par un autre fil d'enfilade. Et toutes les enfilades qui s'enfilent contredisent la longue file d'enfilade. Cette même longue file d’enfilade qui contredisait déjà tout ce qu'on avait pu s'enfiler d'avance. Penser est donc prendre une longueur d'avance. Une avance sur recette comme on dit, sur ce qui sera complètement anéanti. Donc, penser à l'avance ne sert à rien qu'à préparer le futur anéantissement de sa propre parole. Il n’y a pas d’autre projet que d’anéantir sa propre parole dans la longue file d’enfilade de mots. Tous les mots qu’on nous a donnés pour nous taire. Tous les mots qu’on a voulu parler pour une bonne fois se taire. Penser est finalement la meilleure manière de fermer sa gueule.
Nous allons droit au mur. C’est une attitude. Nous y allons droit. Nous ne pouvons changer de chemin. C’est la route la plus droite. C’est le chemin le plus droit pour en finir. Aller droit au mur car personne n’osera. Nous sommes une sorte de porte flambeau de la génération. Celle qui va droit au mur mais que ne le désire pas. Qui tergiverse. Qui fait mine de prendre des chemins dérivés. Des routes de traverse. Mais qui en fait suit la même ligne. Celle qui va droit au mur. Mais nous nous avons décider de le dire haut et fort. Nous y allons droit et avec prestance. La tête haute. Nous avons toujours été de cette génération et nous n’en sortirons pas. A moins d’en sortir la tête haute en affirmant ce que les autres refoulent. Car personne n’accepte ce fait très certain. Tout le monde est dans la fuite. Tout le monde subit l’invraisemblable fuite. Alors qu’aucune fuite n’est possible. Nous allons droit au mur et nous irons gaiement. Nous ne pouvons faire autrement que d’y aller gaiement. Car déjà nous sommes une génération morte. Morte sur pied la génération. A peine née qu’elle fut déjà morte. Car n’ayant rien à ajouter sur les précédentes. Attendant qu’il se passe quelque chose. Ne serait-ce dans les suivantes. Mais les suivantes ne font que nous suivre. Les suivantes seront des générations de suiveurs. Mais aucune n’ira autant droit au mur que la nôtre. C’est notre point fort. C’est notre fierté à nous. Si nous daignons l’accepter. Que d’aller droit au mur. Il faut donc faire le nécessaire pour y aller au plus vite. Il faut donc faire tout notre possible pour aller droit au mur et le plus vite sera le mieux. Et la tête haute s’il vous plait. Il en va de notre génération. Il en va de tout ce qu’on a cru défendre. Tout ce qu’on a cru entreprendre et qui a pourri sur pied. Qu’au moins le fait d’aller droit au mur ne soit pas un acte manqué. Mais pleinement assumé. Qu’on aille droit au mur la tête haute. Comme des portes flambeaux de tous ceux qui vont droit au mur mais s’y refusent. Qu’ils voient en cet acte un possible pour eux-mêmes. Qu’ils ne soient pas sans dire que nous avions raison. Que notre geste fut la raison même. La sagesse même. Qu’aller droit au mur est notre seule voie. Que cette voie-là nous appelait depuis le plus jeune âge. Et qu’il fallait en terminer avec les âges. Tous les âges. Les âges de tous ceux qui se refusaient à aller droit au mur gratuitement. A chaque génération il a fallu aller droit au mur. Mais pas gratuitement. Avec des prétextes. Aller droit au mur mais en évitant le mur. En inventant une foule d’excuse pour annuler le mur. Que le mur ne soit plus un mur. Qu’il n’y ait plus de murs. Qu’on dise qu’il n’y ait plus de murs et qu’on en rajoute. Car à force les murs se sont rajoutés pour les générations. Les générations qui faisaient exploser les murs. Elles ont remis des murs. Les murs explosés et d’autres. Elles les ont mis pour elles mais aussi pour nous. Elles ont bâti des forteresses les générations à force d’annuler le mur et de nous faire croire au possible. Le possible du non mur. Alors qu’il n’y avait que l’impossible. Et eux traitaient aussi de l’impossible. Mais c’était l’impossible du mur. Alors qu’il n’y a que le possible mur. Ça au moins c’est possible. Nous pouvons nous raccrocher à ce fait. Nous allons droit au mur et c’est notre seule ligne. Notre seule véritable route qui nous mène à notre seul véritable endroit. Le mur. Nous serons les portes flambeaux de la génération qui va au mur. Coûte que coûte nous n’aurons de cesse de réaffirmer notre volonté. C’est viscéral. C’est inscrit dans le corps de chacun. Le tout un chacun générationnel. Il faut aller au mur. Et rapidement s’il vous plait. Et nous prendrons les devants. Nous irons en reconnaissance. Ensuite la génération suivra. Et toutes les générations de suiveurs. Même celles d’avant. Les générations d’avant nous suivront. Toutes les générations de suiveurs d’avant qu’on se suive nous-mêmes. Tout le monde ira au mur. Car nous savons que notre destin était scellé d’avance. Que depuis le plus jeune âge nous allions droit au mur. Qu’il n’y avait aucun échappatoire. Tous les échappatoires qu’on nous a dressé pour nous empêcher. Pour taire notre volonté d’en finir. On nous a inventé tout un tas de stratagèmes pour nous contraindre à ne pas voir le mur. Maintenant ne le voyons. Maintenant nous sommes tout près. Maintenant nous pouvons dire que nous sommes déjà morts. Nous sommes une génération en sursis. Mais déjà morte. Au fond d’elle ça sent déjà le cadavre. Au fond d’elle la génération sait ça. Elle sait qu’il n’y a plus rien à espérer. Elle a douté au début. Au début elle a pensé se détourner de sa raison d’être. Au début on lui a fait prendre mille chemin. Au début la génération a cru vaincre son mal. Au début la génération. Comme toutes les générations d’imbéciles qu’il l’ont précédée et qui la suivront. Elle a pensé qu’elle avait des choses à dire. Alors qu’en fait elle n’a rien ajouté de plus. Ou alors une ribambelle de faux semblants. Une ribambelle d’attitudes sans intérêt. Une ribambelle de possibles et d’aventures dans le possible. Une ribambelle d’inventions sans intérêts avec beaucoup de blabla autour. Une ribambelle de blabla. Voilà la vraie définition de notre génération. La ribambelle des blabla. C’est ça le nom de notre génération. La génération de la ribambelle des blabla. Rien d’autre à dire. Que du blabla. Et maintenant il va falloir s’harnacher à la vérité. Maitenant il va falloir s’accrocher à du réel pur mesure. Pas de mesure autre que la pure mesure. C’est-à-dire la vraie démesure. Et pour des générations et des générations. Nous passerons pour les porteurs du désespoir complet. Nous passerons enfin pour ceux qui ont osé aller au mur sans rien demander en retour. Qu’on aille au mur et le plus tôt sera le mieux. Qu’on y aille et qu’on n’en parle plus. Qu’on n’en fasse même pas état. Qu’on aille au mur et qu’on en finisse avec toutes ces générations de détourneurs. Ces générations de béni oui oui. Ces générations d’incapables. Ces générations et la notre en particulier. De fausses trouvailles et de fausses paroles. Sauf la ribambelle des blablas. La génération qui blablate alors qu’il y a autre chose à faire que blablater. Il y a le mur et point barre. Pas d’alternative ni d’atermoiement. Une seule route possible. Un seul chemin tout tracé. Et pour nous et pour les autres. Pour tout un chacun. Car tout un chacun le sait. Dans son for intérieur. Tout un chacun sait que nous allons au mur. Alors autant y aller la tête haute et sans que les jambes ne fléchissent. Sans que le corps s’abaisse. Sans que la tête rentre dans les épaules. Sans que les bras mollissent. Nous irons sans coup férir. Droit comme des i. Et point de reculade. Car de toute façon nous savons que c’est peine perdue. La reculade c’est remettre à demain. La reculade c’est pour les faibles. La reculade c’est pour tous ceux qui ignorent ce fait. Qui tentent de l’ignorer. La reculade c’est pour tous ceux qui ont tenté par toutes les manière d’éteindre notre volonté. La reculade c’est pour tous ceux qui ont pensé nous éloigner de notre ambition. La seule. Il faut en finir avec la reculade. Avec les marches à reculons. Avec les faux obstacles. Ceux qui mettent des pièges dans votre pensée. Ceux qui ne pensent qu’à piéger vos actes les plus purs. Il faut des actes purs. Il faut des gestes et des actes sans commune mesure. Il faut des actes décisifs et des paroles qui tombent comme des couperets. Et c’est pour ça qu’il nous faut aller au mur.
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Rase ?
Rase gratis ? (écouter la version audio !)
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Je tiens à remercier vivement Jean Christophe Camps pour son formidable CD qu'il a réalisé lors du numéro 80 de Revue & corrigée. Il s'agit d'un disque de 3 morceaux avec Daniel Deshays, ingénieur du son et sa très riche analyse sur un morceau de Pauvros, de Denis Dufour expliquant son travail de compositeur à travers certains de ses morceaux de musique concrète, puis d'un enregistrement assez long qui s'est déroulé dans ma cuisine... La dernière piste est en effet consacrée à des bandes sonores de dictaphone que je lui ai sorti, cela s'intitule "comme j'note rien!" et c'est une sorte de parcours effectué par JC Camps dans différentes impros que je lui fais écouter dans l'instant, tout en expliquant de quoi il s'agit (mais en effet, étant donné le titre qu'il a lui-même choisi, je ne trouve guère ce que je veux vraiment lui faire entendre!).
Ce dernier morceau dure plus de 48 minutes et je pense que cela pourra intéresser quelques personnes, ils pourront ainsi entendre et vraiment apprécier la façon dont le musicien a travaillé à travers les différentes pistes et avec les artistes. C'est très délicat, très riche et surtout fait avec une vraie attention et un amour du son.
LE SITE DE LA REVUE
Possibilité de commander la revue en envoyant un chèque de 5 euros à NOTA BENE - Sievoz-Le-Haut 38350 SIEVOZ.
Si vous &tiez en 1919, vous savez, juste avant la prohibition... & que vous &tiez tombés sur cette affiche...
TRADUCTION: ( Les lèvres qui toucheront à l'alcool ne toucheront jamais les nôtres! )
Non mais, sérieusement,
vous auriez arrêté de boire,
VOUS ???
Avec Charles Pennequin pour Moins ça va, plus ça vient republié au Dernier Télégramme
Publié une première en 1999 par le Jardin ouvrier, ce texte s'interroge, à travers les différents discours publiés, sur les possibilités de vivre vraiment encore aujourd'hui et comment se sentir vivant à l'intérieur de sa propre vie.
Livres publiés
Le Père ce matin, Carte Blanche, Paris, 1997
Ça va chauffer, Derrière la Salle de Bains, 1998
Moins ça va, plus ça vient, Le Jardin Ouvrier, 1999
Dedans, Al Dante, Paris, 1999
Je crache, Poésie Express, 2000
Patate, album avec un CD intitulé 1 jour, 2000
1 jour, Derrière la Salle de Bains, 2001
Bobines, CD de poèmes, Studio Croix des Landes, La Bazoge (72), 2001
Lettre à J.S. , Al Dante, 2001
Ecrans, Editions Voix/Richard Meïer, 2002
Bibi, POL, Paris, 2002
Bine, le corridor bleu, collection IKKO, 2003
Bibine, Editions de l'Attente, 2003
Merci de votre visite, Editions Mix, 2003
Je me Jette, avec le DVD intitulé Jemejette, Al Dante, Paris, 2004
Mon binôme, POL, Paris, 2004
Les doigts, Editions Ragage, Paris, 2006
Lambiner, Dernier Télégramme, Limoges, 2007
Pas de tombeau pour Mesrine, Editions Al dante, 2008.
Moins ça, plus ça vient (réédition), Dernier Télégramme, 2008.
Egalement : vendredi 19, surpris par la nuit, de Thomas Charmetant. à 22h15
De l'utilité mais aussi du plaisir à écouter les subtilités du régime moteur, la houle sur l'étrave, le mat qui craque, la quille qui vibre, la déferlante redoutée, les haubans qui claquent . . . et des textes commandés pour l'occasion à Ossian Perez, Arno Calleja, Charles Pennequin et Franck Gourdien, qui ont dû écrire sous contrainte d'une composition électroacoustique de Thomas Charmetant. Puis quelques extraits de Pierre Loti, Isabelle Autissier, Charmian London ainsi que les voix du skipper Bertrand De Broc et de nombreux autres marins. . . et du prétexte à beaucoup de sons de mer et de ceux qui y vivent.
Réalisation : Anne Francini. Avec la participation de Léandre et Marceau Pennequin.
Pour signer la pétition: http://calas-fr.net/
Depuis 1986, date où la législation antiterroriste a été instaurée en France, un empilement de lois successives a construit un système pénal d’exception qui renoue avec les lois scélérates du XIXe siècle et rappelle les périodes les plus sombres de notre histoire. L’accusation d’ «association de malfaiteurs en vue de commettre une infraction terroriste», inscrite au Code pénal en 1996, est la clef de voûte du nouveau régime. Or, ses contours sont particulièrement flous : il suffit de deux personnes pour constituer un «groupe terroriste» et il suffit d’un acte préparatoire pour que l’infraction soit caractérisée. Cet acte préparatoire n’est pas défini dans la loi, il peut s’agir du simple fait d’entreposer des tracts chez soi. Surtout, n’importe quel type de relation - même ténue ou lointaine, voire amoureuse ou amicale - avec l’un des membres constituant le «groupe» suffit pour être impliqué à son tour. C’est pourquoi, sur dix personnes incarcérées pour des infractions «en rapport avec le terrorisme», neuf le sont sous cette qualification.
De l’aveu même de ses promoteurs, ce droit spécial répond à un objectif de prévention. À la différence du droit commun qui incrimine des actes, la pratique antiterroriste se satisfait d’intentions, voire de simples relations. Suivant le juge Bruguière, cité par Human Rights Watch, «la particularité de la loi est qu’elle nous permet de poursuivre des personnes impliquées dans une activité terroriste sans avoir à établir un lien entre cette activité et un projet terroriste précis». C’est dans cette perspective qu’on a vu la possession de certains livres devenir un élément à charge, car ils constitueraient des indices sur des opinions; et de l’opinion à l’intention, il n’y a qu’un pas. A ce flou de la loi pénale, s’associe une procédure d’une extrême brutalité. Il suffit que le parquet choisisse de manière discrétionnaire d’ouvrir une enquête sur une qualification terroriste pour que la police reçoive des pouvoirs d’investigation exorbitants :
perquisitions de nuit, «sonorisation» des domiciles, écoutes téléphoniques et interception de courriers sur tous supports… De son côté, le délai de garde à vue - période qui précède la présentation à un juge - passe de quarante-huit heures en droit commun à quatre-vingt-seize heures, voire cent-quarante-quatre, dans la procédure antiterroriste. La personne gardée à vue doit attendre la 72e heure pour voir un avocat - l’entretien est limité à trente minutes et l’avocat n’a pas eu accès au dossier. A la suite de cette garde à vue, en attendant un éventuel procès, le présumé innocent pourra passer jusqu’à quatre ans en détention provisoire.
Par ailleurs, la loi centralise à Paris le traitement des affaires «terroristes», confiées à une section du parquet et à une équipe de juges d’instruction spécialisés qui travaillent en relation étroite avec les services de renseignement. Des cours d’assises spéciales ont également été instaurées, où les jurés populaires sont remplacés par des magistrats professionnels. Un véritable système parallèle est ainsi mis en place avec juges d’instruction, procureurs, juges des libertés et de la détention, cours d’assises et bientôt présidents de cours d’assises, juges d’application des peines, tous estampillés antiterroristes.
L’application de plus en plus large des procédures antiterroristes à des affaires d’État montre que l’antiterrorisme est désormais une technique de gouvernement, un moyen de contrôle des populations. En outre - et c’est peut-être le point le plus grave - cette justice exorbitante contamine le droit commun : la législation antiterroriste a servi de modèle dans d’autres domaines pour généraliser la notion de «bande organisée», étendre les pouvoirs des services d’investigation et centraliser le traitement de certaines instructions.
La Convention européenne des droits de l’homme et le Pacte des Nations Unies sur les droits civils et politiques, tous deux ratifiés par la France, garantissent qu’une sanction pénale soit fondée sur une incrimination intelligible la rendant prévisible. En outre, ces textes donnent à chacun le droit d’organiser équitablement sa défense - ce qui passe par la prompte intervention d’un avocat ayant accès au dossier. La procédure, «sœur jumelle de la liberté», doit être contrôlée par un tiers impartial, ce qui est impossible avec une filière spécialisée fonctionnant en vase clos, dans une logique de combat idéologique incompatible avec la sérénité de la justice.
Il est illusoire de demander que ce régime procédural soit appliqué de façon moins large et moins brutale : il est précisément conçu pour être appliqué comme il l’est. C’est pourquoi nous demandons que les lois antiterroristes soient purement et simplement abrogées et que la France respecte en la matière la lettre et l’esprit de la Convention européenne des droits de l’homme et du Pacte des Nations Unies sur les droits civils et politiques. Nous invitons tous ceux qui se préoccupent de libertés à se joindre à notre campagne en ce sens.
Le Comité pour l'Abrogation des Lois Antiterroristes - CALAS - : Giorgio Agamben, Esther Benbassa, Luc Boltanski, Saïd
Bouamama, Antoine Comte, Eric Hazan, Gilles Manceron, Karine Parrot, Carlo Santulli, Agnès Tricoire.
Avec les signatures de : Alain Badiou, philosophe; Etienne Balibar,
philosophe; Jean-Christophe Bailly, écrivain; Daniel Bensaïd,
philosophe; Alima Boumedienne, sénatrice; Rony Brauman, ancien
président de Médecins Sans Frontières et enseignant; Raymond Depardon, photographe et cinéaste; Pascal Casanova, critique littéraire; Jean-Marie Gleize, poète; Nicolas Klotz, réalisateur; François Maspero, écrivain; Emmanuelle Perreux, présidente du syndicat de la magistrature; Jacques Rancière, philosophe; Michel Tubiana, président d’honneur de la Ligue des droits de l’homme; Slavoj Zizek, philosophe.
Pour signer la pétition: http://calas-fr.net/